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il
nome Coruslain
il nome Coruslain, in
italiano Coruslain va letto come si scrive, si ispira liberamente al nome
A Chorus Line
il musical dal quale è stato tratto l'omonimo
film con Michael Douglas. Home | Chi siamo | Collegamenti | Appuntamenti | Amici | Disco | Informazioni

cenni storici
(Maurizio Porro)
A Chorus Line nasce il 25
luglio 1975
come musical da un'idea di Michael Bennet, un tentativo di portare sulla
scena l'angoscia dei ballerini prima dei provini, quell'atmosfera
irripetibile di speranze, frustrazioni, gioie e delusioni che riempie il
palcoscenico durante le dure e impietose selezioni. Il musical ha un
immediato successo ed in seguito si trasferisce nei teatri ufficiali di
Broadway. Caratteristica principale di Chorus Line era
l'assenza completa di elementi spettacolari e scenografici: tutta la storia
di svolge in un solo giorno, quello appunto della selezione, i protagonisti
sono tutti sconosciuti ballerini che sperano di trovare un posto nel corpo
di ballo, quello che agisce sullo sfondo e non deve mai superare la "linea
del coro". Unica eccezione il regista, personalità misteriosa e dispotica,
che dalla platea, attraverso l'anonimato di un microfono, condanna o elegge
insindacabilmente.
A Chorus Line,
da quella leggendaria sera del 1975 in cui andò in scena al Public
Theatre, dove 300 persone sedute sui 300 posti "off broadway" si passarono
subito parola, è diventato il re dei "musicals". Non solo perché ha battuto
tutti i record di gradimento e programmazione (trasferitosi subito "in"
Broadway per merito dell’impresario Joseph Papp, è rimasto in scena al
Shubert Theatre 15 anni fino al 28 aprile ’90: 6137 repliche), diventando
nell’85 anche un film di Sir Richard Attenborough con Michael Douglas, ma
perché ha rivoluzionato la tecnica, e, si può dire, la morale di questo
genere di spettacolo che nasce direttamente dalla costola del teatro
americano.
A Chorus Line è soprattutto un omaggio al teatro, all’etica
del "si va in scena", dei sacrifici occulti che gli artisti sostengono e dei
traumi che vivono, perché ogni volta che si apre il sipario ciascuno porta
alla ribalta un pezzo della propria vita. Nel musical si sa come va a
finire, qualcuno verrà scelto, qualcun altro no (tu, tu, tu, tu e gli altri
a casa, la prossima volta, grazie), ma tutti alla fine, come per magia,
appariranno in lustrini, paillettes a dirci cantando "one", il motivo più
orecchiabile dello show, che si tratta comunque di una "singular sensation".
Una singolare sensazione che prende anche il pubblico.
Il musical infatti ci commuove ribaltando le classiche convinzioni del
genere, che ha fatto i primi passi proprio curiosando dietro le quinte,
quando anonime "girls" uscivano tremanti in palcoscenico e tornavano in
camerino "stelle", come ha sempre insegnato 42nd Street .
Ma Michael Bennett, il regista che per primo mise in scena A Chorus
Line non solo ha intuito un potenziale di attori, ma ha adeguato la
grande trovata del testo di Kirkwood e Dante, ritmato dalle bellissime
musiche di Marvin Hamlish, ai tempi interiori ed esteriori del teatro
moderno.
Poche scene, anzi nessuna, solo uno specchio sullo sfondo, ed un gioco
"elettrico" che cambia continuamente voltaggio tra finzione e realtà.
A Chorus Line ha un modo di esprimersi netto, preciso,
diverso, in cui ogni aspirante ballerino racconta, già esibendosi, come e
perché si trova lì. Ed ecco quindi brandelli di vita vissuta, ora amari, ora
buffi, ora divertenti, come una seduta psicoanalitica cantata e ballata. E
dopo il verdetto del regista, il musical si impenna, sogna, e diventa per un
attimo fuggente sfarzoso: il doppio sogno di un musical alla sera della
prima.
Lo spettacolo che ha vinto 9 Tony Awards ed il premio Pulitzer, ha
rivoluzionato il musical, perché davvero, per la prima volta, adopera sullo
stesso piano il testo, la musica, la coreografia ed il personale carisma
degli attori, che diventano subito amici e nostri complici, portandoci per
mano in una visita guidata tra illusioni e delusioni del teatro moltiplicati
all’infinito dallo specchio. La simpatia sta nell’affiatamento che nasce sul
palcoscenico, dove i nuovi talenti si fanno le ossa e magari utilizzano un
poco di autobiografia. Perché il fascino di questo show appartiene
all’eterno della domanda sul bisogno della finzione, quando la curva del
teatro incontra, complice un refrain, quello della poesia.
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